LUCIANA BORA
(1926-2007)

"Forse nel tempo riuscirò a trovare nella luce (qualcosa c'è già adesso) quello che cerco".
Scrive Luciana Bora nel 1953 a un amico, ha da tre anni concluso gli studi di pittura all'Accademia di Brera sotto la guida di Achille Funi, Carlo Carrà e Aldo Carpi.
Brera, il luogo più amato, come diceva - anziana - passando da via Fiori oscuri, era stato il suo mondo dal 1941.
Anno in cui entra al liceo artistico diretto da Fernanda Wittgens, suoi professori sono Ugo Vittore Bartolini, Umberto Vittorini e Guido Ballo. A Ballo resta legata anche dopo la fine degli studi: "De Grada ha parlato anche di me alla radio [...] Ballo mi ha ricordato in una critica sull'Avanti e uno mi ha detto che un mio paesaggio è piaciuto molto a Casorati", scrive all'ex compagno di studi Iso Papo nel 1953 raccontandogli della sua partecipazione alle Olimpiadi della gioventù.

Dal settembre 1945 è all'Accademia, riaperta dopo la guerra sotto la guida di Aldo Carpi, scampato al campo concentramento.
Scorrendo la lista degli studenti di quegli anni si sente già il ribollire delle nuove espressioni che di lì a poco esploderanno: Enrico Baj, Alik Cavaliere, Crippa, Dova, Somarè, Dario Fo (ricordato dagli amici più per il suo impegno nel teatro) e la lista continuerebbe ancora.
La Bora frequenta pittura con Achille Funi, la grande aula è utilizzata anche dalla classe di Carrà, ma non è previsto travaso tra gli allievi dei due; Carrà è meno presente, spesso sostituito dal suo assistente, mentre gli studenti di Funi sono più vicini al maestro, come si legge da una lettera del 1950 che Luciana manda dalla villeggiatura all'amico Papo: "Ora ti scrivo dalla terrazza, sotto c'è il giardino e nel giardino una bella ragazza che innaffia i fiori. E' la domestica della padrona di casa tanto carina e mi piacerebbe farle il ritratto [...] Ha un profilo che farebbe la gioia di Funi, con il suo classicismo".
Per gli studenti l'Accademia è un luogo di costrizione, anche se necessario: futuri artisti conoscono il valore della disciplina. Il senso di liberazione alla fine degli studi prende diverse direzioni e si manifesta in Bora in una personale ricerca del colore.
Non aderisce alle correnti nucleariste dei suoi compagni e resta lontana dall'astrattismo. Probabilmente il silenzio che l'avvolge racchiude ricordi di una musica romantica (Beethoven, Schubert) sentita in casa fino al sopraggiungere della malattia (la meningite che a dieci anni la rende sorda) e studiati anche dopo nella volontà di opporsi a un destino mai pienamente accettato.
Non ha mai ascoltato la nuova musica che da Stockhausen in poi, anche con il jazz, accompagna in parallelo molte manifestazioni astrattiste.
L'occhio totalizzante può anche essere vissuto in positivo, come quando racconta di aver visto il giardino immerso in una luce magica probabilmente resa ancora più incantata dalla sospensione muta: "Tante volte penso che può anche essere bello non sentire come me. Forse passava un treno o, nella strada sotto, un'automobile, ma per me c'era solo il sole sui fiori e il verde intenso degli alberi".

Cerca con Giorgina Toschi, compagna di Brera, uno studio da condividere, ne abitano un paio finché nella primavera del '52 subaffittano parte di quello di Alik Cavaliere e Giancarlo Sangregorio in via Larga. "Uno studio grande, vero, con le finestre sul soffitto" scrive entusiasta Luciana all'amico Papo ora residente a Boston. A loro si unisce Isa Pizzini, scultrice allieva di Marino Marini. "E appena ho iniziato a lavorare lì dentro ho sentito che erano tornati i bei tempi di Brera. Più bello perché libera di fare quello che voglio". La Pizzini ("lei sa quello che vuole" commenta ammirata Luciana in una lettera) presto lascerà lo studio per andare a Parigi dove ha vinto una borsa di studio.
Nel 1954 la Bora prepara la sua prima personale, è il padre a spingerla e a cercare la galleria. E’ il suo modo per aiutare la figlia a contrastare la tiritera riservata a tutte le ragazze che escono dall'Accademia: "Oggi Barbaroux (quello della galleria) mi ha confermato che se per un uomo vivere con i quadri è difficile, per una donna è impossibile".
Dalla fine del 1954 il matrimonio e dall'anno successivo la nascita dei figli (tre) non rallentano la produzione, ma pregiudicano l'assiduità dei contatti con il mondo dell'arte, resa difficile anche dalla sordità.
La vasta produzione pittorica e grafica parte, nei primi anni Cinquanta, ancora influenzata dal realismo (nei lavori di quel periodo si sente la vicinanza dei suoi maestri) per poi prendere un binario proprio, definito, ma non classificabile in una precisa corrente. Non è così difficile riscontrare tale attitudine anche in altri pittori dell’epoca, primo tra tutti Carpi, che non aderiscono mai pienamente a un movimento, senza per questo rinunciare a una ricerca personale al passo con i tempi.

Negli anni Luciana Bora indaga, nella pittura e su carta, diversi temi ricorrenti: paesaggi, contesti urbani (cave e orti di periferia, mercati), figure (ritratti, bagnanti, donne al bagno, bambini, acrobati, musicisti, scene bibliche), nature morte e diversi d'après dai suoi autori preferiti tra cui Vermeer, Rembrandt, Velázquez, Goya.
"l colloquio che ogni artista intreccia nella sua creazione con l'ambiente naturale e culturale entro cui vive è nelle opere di Luciana Bora colloquio che non rifiuta i mezzi espressivi e i generi della pittura tradizionale: paesaggio, figure, interni con con motivi di nature morte - scrive Pier Luigi De Vecchi presentando la personale del 1974 -. Tema fondamentale ne appare la scoperta, nella quale ogni volta miracolosamente si rinnova una emozione che è insieme gioia intensa e struggimento del pulsare di una vita che è altro da noi e che [...] trova espressione principalmente negli accostamenti cromatici, in improvvise accensioni, in continui trapassi [...]. Nascono così, da un sentimento della realtà in bilico tra abbandono contemplativo e gioiosa ricreazione, accanto agli interni più decisamente tonali, i paesaggi più luminosi".
Luciana Bora è una colorista. "Una ricca tecnica possiede la pittrice Luciana Bora - da una presentazione del 1984 di Mario Portalupi -, pittura ad acqua alleata al pastello, con l'intervento della matita che a volte intrama - stavo per scrivere incastona - il tracciato coloristico animante giardini e vegetali ottenuti quanto a resa e maniera con ampio respiro".
La Bora ha una grande disinvoltura nell'uso del mezzo pittorico e un controllo assoluto sul disegno, come è ben evidente nelle incisioni. Fin dalle prime prove realizzate a Brera con il maestro Disertori e per tutto l'arco della sua vita, i lavori di incisione, acqueforti e litografie accompagnano, sorta di contrappunto costante, la produzione pittorica e grafica.
L'attività di Luciana Bora è interrotta bruscamente dalla morte improvvisa, a ottantun anni; è attiva da sessanta, eppure all'apertura dello studio tutto: i disegni sul tavolo, la natura morta non finita sul cavalletto, la tavolozza con i colori ancora morbidi e il persistente profumo del loro impasto, suggerisce la presenza di una giovane ancora in viaggio.

